Dal saccheggio alla conoscenza: un percorso lungo e complesso

Fossa (AQ) - tomba 580, fig. 15
Genere
Topografico
Data inizio
20/05/2013
Luogo
Roma
Sede
Museo Nazionale di Castel Sant'Angelo

Curatori

Vincenzo d'Ercole, Maria Ruggeri

Progetto scientifico

Nell’ambito della più ampia mostra “Capolavori dell’archeologia - Recuperi, Ritrovamenti, Confronti”, che si inaugura il 20 maggio 2013 a Castel Sant’Angelo su iniziativa del Centro Europeo per il Turismo in occasione del ventennale della collaborazione con Carabinieri, Guarda di Finanza e Polizia di Stato, gli archeologi Vincenzo d’Ercole e Maria Ruggeri, funzionari della Direzione Generale per le Antichità e della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Abruzzo, hanno curato la sezione “Dal saccheggio alla conoscenza: un percorso lungo e complesso”.

Difatti, la Direzione Generale per le Antichità del MiBAC, accogliendo una proposta formulata da Pietro Giovanni Guzzo nell’ambito del Comitato scientifico della iniziativa, ha ritenuto fondamentale dedicare uno spazio alle problematiche del territorio per mostrare, insieme alle grandi azioni di recupero di reperti archeologici, l’opera, meno nota, che quotidianamente le Soprintendenze archeologiche svolgono sul territorio per la tutela del patrimonio insieme con le forze dell’ordine. È stata scelta un’area campione: l’Italia medio-adriatica, normalmente estranea ai grandi “clamori” della cronaca “nera” archeologica, proprio per illustrare l’attività archeologica di tutti i giorni e mostrare come la comprensione della storia del territorio possa derivare dalla lettura dei contesti archeologici.

Per ricostruire il divenire archeologico del nostro Paese servono contesti scientificamente analizzabili: anche il più bel reperto, senza le associazioni di scavo (stratigrafiche, di insieme) e senza la provenienza, poco o nulla racconta di sé e della sua storia.

Per rendere comprensibile al grande pubblico questo principio si è scelto di presentare i reperti “inserendo” quelli frutto di sequestro in una immagine di necropoli pesantemente saccheggiata dai clandestini, le sepolture di Caporciano e di Poggio Picenze nella ricostruzione di una tomba con i suoi elementi antropologici e zooarcheologici (che tante informazioni forniscono).

 

Per illustrare, brevemente, l’insieme delle attività svolte sono state enucleate quattro categorie di intervento.

 

1) Sequestri e recuperi

Nel 2008 il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Ancona, insieme alla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche e in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Serrapetrona, sequestrarono un’ingente collezione privata costituita da reperti paleontologici ed archeologici decontestualizzati, con la presenza di resti di animali fossili e di molte monete. Sovente, nel comune sentire, si è portati a giudicare meno severamente il commercio di tali reperti rispetto ai “normali” resti archeologici. Nulla di più sbagliato: i resti zooarcheologici costituiscono una fonte vitale di informazioni sul contesto biologico ambientale sia prima della comparsa dell’uomo sulla terra che durante la sua presenza. Le monete non sono come i francobolli: l’alienazione di ognuna di esse dal relativo contesto di scavo elimina, per sempre, una notevole fonte di informazioni sul sito di provenienza.

Un sequestro più marcatamente archeologico è quello operato dalla Guardia di Finanza nel territorio della provincia di Pescara nel 2011: la connotazione dei materiali sequestrati è specificamente di matrice adriatica, peculiari del territorio piceno meridionale. Sono tutti materiali in metallo. La totale assenza di vasellame fittile indizia fortemente verso l’uso di metal detector. Ancora oggi, a due anni di distanza, i reperti presentano le inequivocabili tracce del saccheggio: concrezioni terrose e solidificazioni calcaree riconducibili con certezza a contesti tombali. Considerando che i numerosi scavi di necropoli condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo hanno molto raramente intercettato contesti tombali saccheggiati di recente, sembra che l’azione dei tombaroli avvenga in aree totalmente ignote all’archeologia ufficiale. La presenza fra il materiale clandestino di reperti di pregio e statisticamente assai poco attestati nelle necropoli scientificamente indagate, quali elmi, dischi corazza e corazze (a Campovalano un elmo su 600 tombe, a Fossa una coppia di dischi corazza su 600 sepolture indagate), fa presumere una vasta ed intensa attività di saccheggio. La presenza di un’ascia a margini rialzati dell’età del Bronzo, perfettamente conservata, porta ad ipotizzare o all’individuazione di un ripostiglio o ad uno scavo abusivo in grotta.

Rispetto alle vie del traffico clandestino ben note e consolidate sui versanti tirrenico e ionico, sarebbe interessante seguire i percorsi dei reperti trafugati in ambiente medio-adriatico per verificarne le destinazioni finali, valutando anche il ruolo dei porti di Ancona e Pescara.

Il confine dell’Unione Europea verso Est è sicuramente “permeabile” ai traffici illeciti gestiti dalle associazioni criminali; di sicuro, in questo caso, è stata intercettata una vasta rete di trafficanti fuori della legalità: da chi ha violato le sepolture antiche a chi si è “preoccupato” di ripulire il materiale, a chi rappresenta la destinazione finale dei reperti, ovvero i collezionisti e i musei stranieri, in piena violazione dei codici internazionali.

 

2) Interventi di tutela sul territorio

Negli ultimi trenta anni in Abruzzo, la maggior parte delle scoperte archeologiche e delle conseguenti indagini di scavo ha riguardato le aree pianeggianti della regione a causa della continua trasformazione del territorio per la realizzazione di infrastrutture o l’ampliamento di zone residenziali a cui la Soprintendenza per i Beni Archeologici ha dovuto tener dietro.

Nel lungo periodo tra la fine dell’età del Bronzo e la piena romanizzazione (XIII-I sec. a.C.), l’organizzazione politico-economica era basata essenzialmente sull’allevamento, con la tecnica della transumanza verticale, e prevedeva insediamenti collocati sulla cima delle alture o, comunque, in zone difese naturalmente, e aree di seppellimento in pianura congiuntamente con i pascoli invernali. Quindi, sono state soprattutto le necropoli ad essere state intercettate dalla trasformazione moderna del territorio.

Ne è un esempio quella individuata in contrada Comino presso Guardiagrele: nella tarda estate del 1998 l’amministrazione comunale chiedeva alla Soprintendenza Archeologica di aprire dei saggi di scavo in un terreno nel quale erano già stati recuperati materiali archeologici di varia cronologia durante i lavori per le fondazioni di un edificio. Lo scavo restituì quattro tombe di diversa tipologia e cronologia e soprattutto si rinvennero tracce di sepolture più antiche sconvolte dai lavori di fondazione dell’edificio, con una dispersione sul terreno di numerosi reperti, riferibili all’inizio dell’età del Ferro. Era evidente come ci si trovasse in una area cimiteriale molto complessa e cronologicamente stratificata. Lo scavo di recupero divenne così, con la collaborazione dell’Amministrazione comunale, uno scavo programmato che dal 1998 è proseguito con diverse campagne fino al 2005, portando in luce una necropoli organizzata che a oggi ha restituito 76 sepolture inquadrabili tra la fine del IX sec. a. C. e il III sec. a. C..

Alla realizzazione dei nuclei industriali si deve l’individuazione delle necropoli di Bazzano nel territorio comunale de l’Aquila (la più estesamente scavata d’Abruzzo con le sue 1667 tombe) e di Fossa (Fig. 3). Quest’ultima, soggetta alle esondazioni del prossimale fiume Aterno già dall’VIII sec. a.C., presenta, grazie al possente livello di interro, un eccezionale stato di conservazione mai compromesso neanche dalle lavorazioni agricole con mezzi meccanici. L’integro stato di conservazione ha permesso di individuare anche le testimonianze funerarie relative ai primi secoli dell’età del Ferro (X-metà VIII sec. a.C.) in genere le più compromesse a causa del loro superficiale collocamento stratigrafico. In questo orizzonte si colloca la tomba 580, esposta in mostra e per la quale è disponibile una trattazione specifica tra i “documenti da scaricare”, in basso a questa pagina.

 

3) Archeologia preventiva e di emergenza

A ciò che si definisce “archeologia preventiva” si possono ricondurre le attività di assistenza da parte di archeologi durante la realizzazione di opere pubbliche. Nel territorio aquilano (prima del terremoto del 6 aprile 2009 che ha sconvolto anche la regolare prassi archeologica) un caso particolarmente fecondo fu la realizzazione, da parte dell’Anas - Dipartimento per l’Abruzzo, di un tratto stradale fra i paesi di Navelli e di San Pio delle Camere lungo la Strada Statale 17. Qui, fra il 2005 e il 2009, in un segmento di circa 10 km sono emerse 15 testimonianze archeologiche precedentemente ignote; tra di esse ben 5 necropoli dell’età del Ferro. Proprio ad un sepolcreto del I millennio a.C. va riferita la tomba 310 di Cinturelli a Caporciano portata alla luce nell’autunno 2011. Interessante sotto tanti punti di vista: la grande fossa (una pseudo-camera), la presenza di due pugnali e non di uno come di regola e di utilizzo durante il VII sec. a.C., l’equipaggiamento da montagna testimoniato dalle punte in ferro di “due bastoni da sci”.

Caporciano - sepolcreto del I millennio a. C.: tomba 310 di Cinturelli portata alla luce nell’autunno 2011

Caporciano (AQ) - sepolcreto del I millennio a. C.: tomba 310 di Cinturelli portata alla luce nell’autunno 2011

 

4) Attività di tutela preventiva: monitoraggi aerei

Fra il 2003 e il 2011 il territorio della provincia de l’Aquila è stato sottoposto a un monitoraggio aereo, con la cadenza di uno o due voli l’anno, con gli elicotteri dei Carabinieri di stanza all’aeroporto di Pratica di Mare. L’azione è nata dalla collaborazione tra i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo. Il controllo dall’alto ha portato, tra l’altro, all’identificazione di necropoli dell’età del Ferro precedentemente sconosciute o a nuovi nuclei cimiteriali come nel caso di Capestrano, in località Presciano. In alcune occasioni è stato possibile far seguire all’identificazione aerea lo scavo a terra come nei casi di Peltuinum a Prata D’Ansidonia, a Capestrano e a Poggio Picenze, località Varranone. Da quest’ultima necropoli, ormai in gran parte soffocata da abnormi impianti industriali, proviene la tomba 101, esposta in mostra, con la originale deposizione di una donna anziana, evidentemente fornita di doti divinatorie riferibili alle figure di maga, indovina o guaritrice, con una “cortina” di astragali che la separano dal mondo dei vivi. Anche per questo scavo è disponibile uno specifico contributo tra i “documenti da scaricare”, in basso a questa pagina.

Prata D’Ansidonia (AQ), area di necropoli a Peltuinum 2

Prata D’Ansidonia (AQ): foto aerea di un'area di necropoli a Peltuinum

 

Ma accanto ai pochi casi indagati, almeno in parte, esiste un ampio numero di necropoli, perfettamente visibili dall’alto, apparentemente intatte, che in assenza di specifici saggi di scavo non è possibile vincolare e che corrono il rischio di essere inghiottite dalla lottizzazione selvaggia post-terremoto facendoci perdere, per sempre, informazioni e reperti e quindi storia e patrimonio anche dal punto di vista economico.

Il fenomeno degli scavi clandestini, con conseguente trafugamento dei reperti commerciabili e danneggiamento delle strutture e degli oggetti poco appetibili sul mercato antiquario, è tuttora una piaga per vaste aree archeologiche del nostro Paese: la presenza sul territorio delle Soprintendenze territoriali, in stretta collaborazione con le forze dell’ordine, può contrastare tale attività criminale, ma occorre anche pervenire ad una presa di coscienza da parte della collettività ed ad una chiara consapevolezza che il traffico illecito dei beni archeologici è un vasto business che arricchisce pochi individui attraverso l’appropriazione indebita di beni appartenenti allo Stato e quindi alla comunità intera. Le opere recuperate nei modi illustrati in questa sezione della mostra, nonostante la privazione del contesto di origine (una sorta di peccato originale non condonabile) e la perdita delle associazioni tra i materiali, possono almeno in parte, opportunamente studiati, consentire di riannodare i fili della nostra storia.

 

Sintesi dell'articolo di V. d'Ercole e M. Ruggeri presente nel Catalogo della Mostra (Capolavori dell'Archeologia. Recuperi, Ritrovamenti, Confronti, a cura di Maria Grazia Bernardini e Mario Lolli Ghetti, Gangemi Editore, Roma 2013).

Catalogo

M.G. Bernardini, M. Lolli Ghetti (curr.), Capolavori dell'Archeologia. Recuperi, Ritrovamenti, Confronti, Roma 2013 (Gangemi Editore).

Contatti

Indirizzo

Lungotevere Castello, 50

Telefono

+39.066876448 - 066876497 (Centro Europeo per il Turismo)

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