Marano di Valpolicella (VR). Santuario di Minerva sul Monte Castellon

Marano di Valpolicella_Localizzazione del santuario di Minerva sul Monte Castellon di Marano di Valpolicella
Tipologia bene scavato
Struttura per il culto - Santuario
Regione / Stato estero
Veneto
Provincia
Verona
Comune
Marano di Valpolicella
Localizzazione specifica
Monte Castellon
Istituto-ufficio competente
Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto
Tipologia scavo
Conduzione diretta
Tipologia finanziamento
Fondi della Regione del Veneto e del Comune di Marano di Valpolicella (ex L.R. 17/1986)
Anno campagna di scavo
2007 e 2010
Responsabile di cantiere
Alberto Manicardi
Responsabile scientifico
Brunella Bruno
Datazione bene scavato: DA
899 a.C. - 200 a.C.
Datazione bene scavato: A
199 a.C. - 476 d.C.

Descrizione campagne

Il santuario sul monte Castellon di Marano di Valpolicella fu scoperto nel 1835 da G.G. Orti Manara e pubblicato l’anno seguente sul “Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica”.  L’erudito veronese riportò alla luce i resti di un complesso identificabile come un fanum dedicato a Minerva, grazie ad una decina di iscrizioni - otto delle quali ex voto dedicati alla divinità. Tra il 2007 e il 2010 alcune indagini in estensione hanno apportato nuovi elementi stratigrafici, strutturali e planimetrici.

Localizzazione del santuario di Minerva sul Monte Castellon di Marano di Valpolicella

Il complesso risulta realizzato su una terrazza appositamente creata lungo il pendio del monte tramite il taglio della parete rocciosa, che fa da quinta scenografica. Un canale con funzioni di isolamento e di drenaggio era con ogni probabilità connesso al culto: questo era collegato ad una fessura presente nella roccia tufacea da cui sgorgava l’acqua. Lo scavo ha evidenziato la presenza di tracce di un’area cultuale protostorica e di un tempio di età tardorepubblicano al di sotto delle strutture viste da Orti Manara.

Planimetria del santuario di Minerva sul Monte Castellon di Marano di Valpolicella

Il rogo votivo, ascrivibile tra i Brandopferplätze tipici dell’area retica e alpina tra V sec e II sec. a.C., ha restituito al momento una quarantina di anelli digitali. Sul sedime dei resti del rogo, tra lo scorcio del II a.C. e l’inizio del I a.C., fu realizzato un edificio in muratura: l’area sacra protostorica, caratterizzata da un culto all’aperto, venne dunque monumentalizzata. Del tempio di questa fase si sono messi in luce solo limitatissimi tratti: due muri perimetrali, una pavimentazione in battuto cementizio a base fittile cocciopesto e resti di intonaci parietali (crollati) con decorazioni che rientrano nella fase del  c.d. I stile pompeiano.  La presenza di queste testimonianze pittoriche, in un edificio collocato in un contesto territoriale “periferico” non romano e, a giudicare dalle testimonianze archeologiche coeve, anche poco romanizzato, presuppone una committenza di cultura romana e suggerisce una certa importanza del santuario stesso. Le strutture viste da Orti Manara, ora completamente messe in luce, sono pertinenti ad una ristrutturazione avvenuta in età imperiale: si tratta di in una cella quasi quadrangolare (m 8, 20 Nord-Sud; m 7,10 Est-Ovest), circondata da gallerie su tre lati (con colonne doriche appoggiate alle murature dei lati Nord e Sud e con un colonnato libero sulla facciata, collocata sul lato Est). A Ovest, verso il monte, è presente invece uno stretto corridoio che separa l’edificio dal canale. I pavimenti che circondano l’aula sono battuti cementizi in malta bianca con scaglie litiche, quello dell’aula centrale un battuto a base fittile con tessere bianche che definiscono cornici geometriche. Il modello architettonico a cui si ispira la struttura di Marano è quello che negli studi archeologici viene solitamente definito “tempio o fanum di tradizione celtica”, attestato in area gallica e germanica tra I e II sec. Il santuario di Marano va collocato verosimilmente in età augustea per l’impiego dell’ opera reticolata nel muro che costituisce il perimetrale del corridoio dell’aula sul lato Nord. Questa tecnica, da collegare a maestranze centro-italiche, è attestata in Italia settentrionale in un numero limitatissimo casi e quasi esclusivamente a Verona in edifici pubblici: tra questi vi è il Teatro, databile in età augustea, di committenza imperiale o molto vicina all’entourage dell’imperatore. E’ dunque assai probabile che le maestranze che misero in opera le murature del tempio ebbero stretti rapporti con quelle lavorarono in città. Anche l’uso dell’opera reticolata, dunque, parla a favore di un ruolo molto particolare del santuario a distanza di poco meno di cento anni dalla sua costruzione: il tempio doveva rivestire ancora un significato politico. Le strutture di età imperiale rimasero in uso a lungo. Un livello ricco di cenere e legno carbonizzato sul pavimento dell’aula ha restituito una cinquantina di monete in massima parte della seconda metà del IV sec., con 10 esemplari di AE4 la cui cronologia potrebbe arrivare al V sec.

Brunella Bruno

Bibliografia / Cartografia

  • G.G. Orti Manara, Reliquie d’antico tempio romano dedicato a Minerva e più monumenti scoperti nell’Agro veronese (Valpolicella) dal cav. Gio Orti conte di Manara, in Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica, 1836, pp. 138-144
  • C. Bassi, Il santuario romano del Monte Castelon presso Marano in Valpolicella, in La Valpolicella in età romana, Atti del II Convegno (Verona 2002), a cura di A. Buonopane e A. Brugnoli, Verona, 2002-2003, pp. 61-80.