Sacchetto portasabbia

Sacchetto
Tipologia bene restaurato
Metalli
Regione
Lazio
Provincia
Roma
Comune
Gallicano nel Lazio- Colle S. Angeletto-Corcolle
Localizzazione specifica
Collocazione attuale: Laboratorio di restauro SBAL
Istituto-Ufficio competente
Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio
Tipologia intervento
Restauro
Responsabile scientifico
Zaccaria Mari
Datazione bene restaurato: DA
Datazione bene restaurato: A

Descrizione

Il sacchetto è composto da un disco di fondo del diametro di 8 cm realizzato in lamina di bronzo con disegno a rosetta traforata e tre piccoli piedini (di cui uno mancante). Dalla circonferenza si alza una paretina di circa 1 cm in lamina, su cui sono ribattute all’interno con chiodini in bronzo, n. 8 fascette  di  largh. di cm 0.7 e altezza di cm 13. Le fasce, che terminano con forma arrotondata verso l’estremità dell’imboccatura, sono decorate lungo i lati con perlinatura ottenuta per ribattitura della lamina di bronzo  interna. Sopra le fascette di bronzo sono fissate delle sottili fascette di sezione semisferica in ferro a scopo decorativo; le fasce così costituite erano legate e tenute insieme  da una corda in tessuto.  

L'imboccatura è composta da anello con  chiusura del  diam di cm 4.5 e alt cm 1.3 e un doppio  imbuto  diam. orlo di cm 5.5 e diam imbocco cm 2, ottenuto con un'unica lamina, al cui interno era fissato il sacchetto (probabilmente di cuoio).

Sull’anello  sono saldati due anellini in bronzo da cui pendono due file di catenelle che sostengono una fascetta ripiegata. E’ probabile che le catenelle dovessero sostenere dei piccoli strumenti in bronzo, anch’essi utilizzati come lo strigile dagli atleti, per la cura del corpo. (Cfr. reperto esposto nel Museo Archeologico di Palestrina)

Stato di conservazione iniziale

Il reperto giunto in laboratorio in una scatola di cartone, si presentava in numerosissimi frammenti.

E’ bene considerare il luogo di giacitura del reperto. L’oggetto fa parte di un corredo funerario che insieme ad altri numerosi reperti era collocato all’interno di un sarcofago in tufo, situato in una tomba a camera. Al momento del rinvenimento i reperti si trovavano sotto uno strato di fango e parte del coperchio del sarcofago era crollato all’interno.

In questo oggetto, come molto spesso nei reperti archeologici, coesistono più materiali diversi: bronzo, ferro e materiale organico.

Del materiale organico, che è il più deperibile, sono rimasti frammenti di cuoio pertinenti il sacchetto e la corda che teneva legate le fascette per l’imboccatura.

Altra sorte è invece toccata ai metalli. Il loro degrado oltre ad essere dovuto al terreno di giacitura, all’umidità, alla temperatura e all’areazione, è stato accelerato dalla coesistenza di bronzo e ferro.

Il ferro risulta essere un metallo molto instabile che tende a combinarsi facilmente con gli altri elementi. Due sono i tipi di alterazione che si sono innescate: la corrosione secca e la corrosione umida. La prima è la combinazione del ferro con l’ossigeno in assenza di acqua che ha dato origine agli ossidi. La seconda è un tipo di corrosione elettrolitica in presenza di umidità e per contatto tra due metalli diversi; questa formando una vera e propria pila ha favorito il passaggio di corrente (ioni liberi), e il metallo meno nobile, il ferro, si è corroso molto più velocemente, trasmigrando i suoi sali e ossidi sulla superficie del bronzo.

Le lamine di bronzo si presentano molto fragili e corrose sia per l’esiguo spessore, sia per la tecnica con cui sono state ottenute (martellatura) che ha creato deformazioni elastiche e plastiche, sia per la combinazione con gli agenti esterni.

Sulle superfici ci sono piccole tracce di azzurrite (carbonato di Cu) stabile, mentre il resto è interessato da una corrosione ciclica ove responsabile è il cloruro rameoso che combinandosi con acqua e ossigeno dà luogo all’acido cloridrico che corrode la superficie del bronzo.

Interventi di restauro

La prima fase di intervento ha previsto il recupero dei fr.ti di bronzo, di ferro e del materiale organico dalla scatola con cui il reperto era pervenuto in laboratorio.

I fr.ti organici sono stati puliti dalla terra con un pennellino morbido e consolidati con resina acrilica al 3%.

I fr.ti di bronzo e ferro hanno subito una pulitura chimica effettuata con  batuffoli di cotone e alcool, mentre quelli più resistenti sono stati sottoposti a pulitura meccanica con bisturi, punte e spazzolini d'acciaio montate su trapanino dentistico. La lamina in bronzo e i fr.ti di ferro si presentavano molto fragili sia per l’esiguo spessore, sia perché ormai la corrosione molto avanzata aveva lasciato poco o nulla del nucleo metallico.

Per questo motivo non è stato possibile effettuare l’estrazione dei sali solubili in  acqua demineralizzata  e agitatore su tutti i fr.ti di bronzo ma solo sull’anello e l’imboccatura in bronzo del sacchetto.

Dopo aver applicato l'inibitore di corrosione ai frammenti di bronzo e il convertitore di ruggine al ferro si è proceduto alla ricerca degli attacchi e agli incollaggi.

Durante la ricerca degli attacchi, è stato necessario effettuare consolidamenti  con resina acrilica al 3% in acetone per immersione e ove possibile procedere subito agli incollaggi con cianoacrilato e resina epossidica colorata con terre naturali.

Dopo aver incollato  il fondo del reperto in lamina di bronzo e separatamente tutte le  fascette in bronzo e ferro molto fragili, è sorto il problema di ricostruire e dare stabilità al reperto che si presentava privo del suo sacchetto interno. 

Si è proceduto allora alla velatura dei frammenti ricostruendo un sacchetto in velatino di seta opportunamente colorato per imitare il colore del cuoio. Le fascette dopo essere state incollate singolarmente con resina epossidica sulla paretina del fondo, sono state fatte aderire al velatino con resina acrilica al 10% applicata a pennello ricostruendo così l’originaria  forma del reperto.

Link esterno

http://www.archeolz.arti.beniculturali.it/index.php?it/167/servizio-di-conservazione-e-restauro