Sperlonga (LT). Elmo in bronzo

Elmo dopo il restauro
Tipologia bene restaurato
Metalli
Regione
Lazio
Provincia
Latina
Comune
Sperlonga
Localizzazione specifica
Rinvenuto nelle acque antistanti il complesso della Villa di Tiberio a Sperlonga, collocazione attuale Museo Nazionale di Sperlonga
Istituto-Ufficio competente
Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio
Tipologia intervento
Restauro
Anno/i campagna/e di restauro
2003
Responsabile scientifico
Nicoletta Cassieri
Datazione bene restaurato: DA
Datazione bene restaurato: A

Descrizione

Calotta di forma emisferica con orlo ad andamento rettilineo appena espanso, allungata sul retro in un breve paranuca scanalato e terminante sulla sommità con un pomello (apex) emisferico decorato nella parte superiore da un motivo a rosetta, che talvolta era forato per l'inserimento di piume ornamentali. In corrispondenza delle tempie due cerniere fissate alla calotta mediane due ribattini per lato che sostenevano paragnatidi mobili a profilo sinuoso, la cui foggia e ampiezza consentivano di proteggere buona parte del volto. Esse sono costituite da due lamine di bronzo sovrapposte, tra le quali è inserita una lamina di piombo che assicurava una maggiore resistenza agli urti. Il margine era ripiegato e ribattuto. Soltanto la lamina esterna è decorata a sbalzo da tre cerchi concentrici con umbone centrale disposti a triangolo. Nella parte centrale interna del paranuca, ottenuta a fusione, si nota la presenza di una linguetta metallica, fermata alla parete con un solo ribattino e munita di due anellini ovali ai lati, utili forse a far passare lacci di cuoio che assicuravano la tenuta dell'elmo sul capo o anche la sua sospensione. Il cordolo esterno è decorato da un motivo a linee incise a spina di pesce, mentre sul bordo inferiore sono visibili fitti trattini obliqui anch'essi di valore ornamentale.

La pulitura ha evidenziato sul lato sinistro del paranuca una breve iscrizione di ductus sinistrorso con tre lettere profondamente incise e ben conservate

(da Lazio e Sabina 7, anno 2010, pp. 391-395).

Stato di conservazione iniziale

Calotta lacunosa sulla sommità con lamina assottigliata e frastagliata. Il pomello è staccato e manca di punto d’attacco con la calotta. Paragnatidi staccate con le due lamine aperte.

Il reperto mostrava sulla superficie uno spesso strato nero pulverulento, poco aderente, di solfuro rameico (covellite) e rameoso (calcocite) e al di sotto numerosi prodotti di corrosione porosi e instabili, tra i quali si sono riconosciuti l’idrossido rameoso, di colore giallo arancio, e cloruri rameici e rameosi. Al di sopra di questi, in corrispondenza della tesa e all’interno della calotta, concrezioni sabbiose frammiste a piccoli grani di minerali marini.

Le paragnatidi presentavano gli stessi prodotti di corrosione e concrezioni, ma non celavano il dettaglio decorativo ottenuto a sbalzo.Il globetto della sommità della calotta, invece, era completamente rivestito di concrezioni sabbiose.

Interventi di restauro

Il problema della pulitura è risultato particolarmente delicato, in quanto lo strato polveroso di prodotti di corrosione, oltre ad essere poco aderente e assolutamente non protettivo nei confronti del metallo sottostante, avrebbe potuto conservare decorazioni che rischiavano di andare perdute. L’intervento ha messo subito in evidenza la differenza di corrosione del reperto, più accentuata nella calotta a causa sia dello spessore limitato della lamina sia del fatto che, molto probabilmente, questa aveva subito un’ulteriore lavorazione a martellatura; in tale zona, sotto lo strato pulverulento, si notavano solo prodotti di corrosione del rame che andavano stabilizzati. Nella tesa, invece, ottenuta a fusione e di spessore consistente, sotto le concrezioni sabbiose e lo strato nerastro, si rilevava una patina omogenea e compatta che conserva perfettamente un’accurata decorazione a linee trasversali e a spina di pesce e tre lettere incise a cesello sul lato sinistro. Inoltre, le paraguance presentavano sotto la patina pulverulenta una patina nerastra lucida e compatta che poteva far supporre un’argentatura delle superfici. Per accertare quindi la possibilità che l’oggetto fosse stato sottoposto ad argentatura, si è eseguita a un’indagine metallografica su alcuni frammenti di concrezioni, indagine che ha evidenziato un’alta percentuale di stagno: l’ipotesi più attendibile è che l’elmo potesse essere stato stagnato. A pulitura ultimata, effettuata anche con ablatore a ultrasuoni nelle zone più concrezionate, si è proceduto all’estrazione dei sali, operazione che in questo caso è stata determinante ai fini della conservazione, in quanto il reperto è stato rinvenuto in acque marine e chimicamente l’acqua di mare è una soluzione di cloruro sodico (circa 3,4%) che conta la presenza, sia pure a livello di tracce, di quasi tutti gli elementi conosciuti. Si sono pertanto effettuati lavaggi intensivi, prima con acqua di rubinetto (in grado comunque di solubizzare inizialmente i sali) e successivamente con acqua demineralizzata. I lavaggi sono stati effettuati con agitatore elettromagnetico in grado di mantenere l’acqua in costante movimento. I lavaggi sono stati eseguiti con ricambio totale di acqua inizialmente ogni giorno, poi ogni due giorni e infine ogni tre, fino a che l’acqua non ha più mostrato prodotti in soluzione. A conclusione di questa fase, i frammenti sono stati perfettamente disidratati in stufa termostata. La parte superiore della calotta, con ampia lacuna a bordi frastagliati e ancora con presenza di prodotti di corrosione poco stabili, è stata trattata con inibitore di corrosione (BTA al 3% in alcool), dato per imbibizione a pennello più volte a distanza di tempo, ed è stata velata successivamente all’interno con velatino di seta applicato con paraloid B72 (resina acrilica) al 5%. Questo intervento è stato necessario per offrire garanzie di sostegno alla zona particolarmente frammentata e sottile. La protezione delle superfici è stata effettuata con paraloid B72 al 3% in acetone dato a pennello.

Bibliografia

Lazio e Sabina 7, anno 2010, pp. 391-395